L’organo idraulico rappresentato da questa lampada costituisce senza dubbio la riproduzione più curata e più perfetta dello strumento che ci sia pervenuta. L’iscrizione “POSSESSORIS“, tracciata a punta, può trovare raffronto con un contrassegno da me copiato da un fondo di lampada romana e che si legge cosi: “PVLLAEN POSSESSOR“. Essa permette inoltre di determinare l’epoca della nostra terracotta a una data vicina al secondo secolo della nostra era, dato che il nome di “PVLLAENI” si incontra frequentemente sulle lampade romane provenienti dai due cimiteri di riferimento risalenti a quel tempo.
La terracotta mostra un organo idraulico di fattura elegante col suo organista, senza addetti ai mantici. Il lavoro appare assai accurato e si può supporre che l’artista abbia riprodotto un modello che aveva sotto gli occhi. L’organista, di cui manca la corporatura che è stata rotta al di sopra dei ginocchi, sta eretto su una sorta di podio costituito da una semplice tavola sistemata al livello dell’altezza media delle pompe. Lo strumento è a tutti gli effetti conforme alla descrizione di Vitruvio, con una base solida e di forma quadrata a supportare la cisterna ad acqua e i montanti “disposti in forma di scala” sui quali sono fissati i cilindri. Detta cisterna è esagonale e dotata di una specie di modanatura che ne segna i limiti superiore e inferiore, con un’altezza di quasi il doppio della larghezza. Sui lati sono posti dei cilindri di pompa, uno per parte, di altezza pari a circa la metà di quella della cisterna, ciascun cilindro è mantenuto da tre cinghie circolari: una in alto, la seconda a metà, l’ultima in basso, tutte fissate ai montanti verticali. Il volume delle pompe rispetto alle dimensioni generali dello strumento è significativo e presuppone un consumo di vento assai considerevole. In effetti il somiere sostiene tre file di diciotto canne ciascuna: per errore infatti lo scultore ne ha raffigurate diciannove sulla facciata anteriore dell’organo, mentre l’altra ne mostra diciotto e con il medesimo numero di tasti si presenta la tastiera.
La prima fila, sulla facciata dello strumento, presenta canne di diametro pressoché uguale, tenute in posizione da una barra trasversale disposta obliquamente e fissata a due montanti verticali ai lati per mezzo di un motivo decorativo di forma circolare. Questa barra è assente sull’altra faccia dell’organo.
Le canne sono a bocca, queste ultime decisamente visibili e in forma di losanga, sembrando del tutto simili a quelle che si producono oggigiorno. Ora, stabilire diciotto suoni a intervalli regolari come indicato dalla progressione rettilinea delle canne, nell’ambito di sesta maggiore, obbliga ad ammettere l’impiego di quarti di tono. Il sistema di ventilazione avrebbe dunque dovuto fornire un vento sufficientemente costante per mantenere un accordo così accurato. La sperimentazione sembra ben confermare questa ipotesi. In ogni caso, dato che la statuetta è stata modellata con notevole cura, non bisogna avere fretta di concludere che si sia trattato di un errore di osservazione del coroplasta.
Ci sono altre due serie di canne di differente taglio che si vedono a lato tastiera. L’una è di altezza inferiore alla metà di quelle del primo registro, se si tiene conto del fatto che la tastiera maschera la base delle canne; l’altra arriva quasi ai due terzi delle stesse. In questo modo lo strumento così configurato veniva a comprendere tre registri.
La tastiera è resa chiaramente: è composta di diciotto tasti rettangolari il cui asse corrisponde esattamente a quello delle canne, disposizione d’obbligo per il somiere a regoli. Questi tasti relativamente larghi sono dislocati su un piano molto basso rispetto all’organista, essendo al livello della sua metà coscia. Tale anomalia, che avrebbe inutilmente assai complicato i meccanismi dello strumento, si spiega con facilità. Il corpo del personaggio, nei fatti, non è stato modellato con l’organo bensì riportato e incollato con delle giunture ben visibili all’impasto.