Questi passi del De musica di Giovanni Cotton trattano la natura del suono musicale, la classificazione degli strumenti e il ruolo della musica nella tradizione teorica ed ecclesiastica medievale. Il testo distingue tra strumenti naturali e artificiali, menziona organi, cembali e strumenti a corde nel quadro della teoria musicale, e introduce inoltre il concetto di diafonia o organum, collegandolo alla pratica polifonica medievale e alla terminologia dell’organo.
Quanti siano gli strumenti del suono musicale.
Si deve sapere inoltre che esistono due tipi di strumenti del suono: quello naturale e quello artificiale; il naturale può essere a sua volta mondano o umano, e quello mondano, secondo i filosofi, è la concorde dissonanza del movimento celeste, che propriamente viene chiamata armonia. Lo strumento naturale umano consiste invece nelle cavità della gola, che chiamiamo arterie, le quali sono naturalmente predisposte a ricevere e a restituire l’aria, da cui nasce il suono naturale. Lo strumento artificiale, invece, è quello che produce il suono non per natura ma grazie all’intervento dell’arte. Il suono naturale può essere distinto oppure indistinto: è distinto quello che contiene in sé delle consonanze, mentre è indistinto quello in cui non si può riconoscere alcuna consonanza, come nel riso o nel lamento degli uomini, nel latrato dei cani o nel ruggito dei leoni. Allo stesso modo si può osservare la distinzione tra suono definito e indefinito anche negli strumenti artificiali: infatti il fischietto con cui si attirano gli uccelli o un recipiente coperto da una membrana, con cui giocano i bambini, producono un suono indistinto, mentre nella sambuca, nelle corde, nei cembali e negli organi si distingue chiaramente la varietà delle consonanze. Pertanto quel suono che abbiamo definito indistinto non è in alcun modo accolto dalla musica, ma solo quello distinto, che viene propriamente chiamato “phthongus”, appartiene alla musica; infatti la musica non è altro che il movimento armonico delle voci. Abbiamo detto queste cose soprattutto contro gli ignoranti, per correggere l’errore di coloro che credono scioccamente che qualunque suono sia musicale. Si deve inoltre aggiungere che, essendo tre i generi della melodia musicale — enarmonico, diatonico e cromatico — il primo è stato abbandonato per la sua eccessiva difficoltà e il terzo per la sua eccessiva morbidezza, mentre l’uso ha conservato quello intermedio.
Della potenza della musica e di coloro che per primi la usarono nella Chiesa romana.
Non si deve inoltre tacere che il canto musicale possiede una grande forza nel muovere gli animi degli ascoltatori: esso infatti addolcisce l’udito, eleva la mente, incita i combattenti alla guerra, richiama chi è caduto e disperato, conforta i viaggiatori, disarma i ladri, placa gli iracondi, rallegra i tristi e gli angosciati, riconcilia i discordi, elimina i pensieri vani e calma la furia dei folli. Per questo si legge nel libro dei Re che il re Saul, tormentato da un demonio, veniva calmato quando Davide suonava la cetra, mentre, cessato il suono, tornava a essere agitato. Allo stesso modo si racconta che un certo folle fu liberato dalla pazzia grazie al canto del medico Asclepiade. Si ricorda inoltre che Pitagora riuscì a distogliere un giovane dissoluto da una passione sfrenata mediante una modulazione musicale. La musica infatti possiede, a seconda dei diversi modi, poteri differenti: con un certo tipo di canto si può spingere qualcuno alla dissolutezza, mentre con un altro lo si può rapidamente ricondurre al pentimento, come riferisce Guido a proposito di un giovane.
Poiché dunque la musica ha una così grande forza nel muovere gli animi degli uomini, giustamente il suo uso è stato accolto nella santa Chiesa. Iniziň infatti a essere praticata nella Chiesa romana per opera del martire sant’Ignazio e anche di sant’Ambrogio, vescovo di Milano. Dopo di loro, il beatissimo papa Gregorio, assistito — come si tramanda — dallo Spirito Santo che gli dettava, compose il canto e diede alla Chiesa romana quel repertorio con cui lungo tutto l’anno si celebra l’ufficio divino.
Che poi il Signore debba essere lodato mediante il canto lo dimostra con grande autorità anche la Scrittura antica: nel libro dell’Esodo si legge infatti che, dopo l’annegamento del faraone, Mosè e i figli d’Israele cantarono un inno al Signore. Anche il Salmista, non ignaro di quest’arte, lodò Dio con il decacordo, che è uno strumento musicale, ed esorta anche noi a cantare dicendo: “Cantate al Signore un canto nuovo, la sua lode nell’assemblea dei santi”. E non volle che si lodasse Dio soltanto con la voce naturale, ma anche con strumenti costruiti dall’arte musicale, quando ammonisce dicendo: “Lodate il Signore con il suono della tromba, con il salterio e la cetra, con timpani e danze, con le corde e con gli organi”. Poiché dunque l’autorità di questa disciplina si trova già nell’Antico Testamento, e poiché uomini tanto religiosi l’hanno sancita nella Chiesa, e infine poiché la sua forza è così efficace nel muovere gli animi degli uomini, come si è detto, chi potrebbe disprezzare lo studio di questa scienza? Chi non vi si dedicherebbe con tutto il proprio impegno? Tuttavia, poiché non solo i canti sacri ufficiali sono stati modulati nella santa Chiesa, ma anche altri compositori di canti sono esistiti non molto prima dei nostri tempi, non vedo cosa ci impedisca di comporre anche noi dei canti. Infatti, sebbene oggi nuove composizioni non siano necessarie nella Chiesa, possiamo comunque esercitare il nostro ingegno nei ritmi e nel canto dei versi lugubri dei poeti.
Poiché poi chiediamo e concediamo reciprocamente la libertà di comporre, sembra opportuno esporre alcune regole per la composizione del canto.
XXIII. Sulla diafonia, cioè sull’organum
Ora vogliamo trattare brevemente e sinteticamente della diafonia, affinché possiamo soddisfare, per quanto possibile, anche in questo ambito il desiderio del lettore.
La diafonia è dunque una dissonanza armonica di voci, che viene eseguita almeno da due cantori: in modo tale che, a ogni respiro, entrambi concordino sulla stessa nota oppure all’ottava.
Questo modo di cantare è comunemente chiamato organum, perché la voce umana, producendo opportunamente una dissonanza, riproduce la somiglianza dello strumento che è chiamato organo.
“Diafonia” significa infatti “doppia voce” oppure “dissonanza”.
Ma prima di dare le regole dell’organum, vogliamo accennare brevemente ai movimenti delle voci, la cui considerazione è utile a questo scopo.
Infatti, poiché l’organum si realizza attraverso consonanze, e la loro costituzione varia in base ai movimenti delle voci, non vi è dubbio che trattare questi aspetti in questo punto sia utile.
I movimenti delle voci avvengono per arsi e tesi, cioè per elevazione e abbassamento.
E infatti ogni neuma — tranne quelle semplici e quelle ripercosse — è formata da un duplice movimento.
Chiamiamo neuma semplice una virgola o un punto; neuma ripercossa invece quella che Berno chiama distrofa o tristrofa.
Arsi e tesi talvolta si uniscono tra loro (arsi con arsi, tesi con tesi), talvolta invece una con l’altra (arsi con tesi).
Ma questa unione avviene in parte tra movimenti simili, in parte tra movimenti diversi.
Infatti i movimenti sono diversi quando una parte ha più o meno suoni rispetto all’altra, oppure quando le voci sono più congiunte o più separate.
In queste combinazioni, siano esse tra movimenti simili o diversi, si trova che un movimento può essere preposto a un altro, cioè collocato sopra, oppure “sottoposto”, cioè collocato nelle parti inferiori; poi “apposto”, quando nella stessa nota in cui termina il movimento precedente ha inizio quello successivo; poi “interposto”, quando un movimento è posto al di sotto di un altro ed è meno grave e meno acuto; infine “misto”, cioè in parte interposto, in parte sottoposto, oppure preposto o apposto.
Se dessi esempi di tutte queste cose, apporterei più noia che utilità al lettore a causa dell’eccessiva prolissità, soprattutto perché chiunque sia un attento studioso dei canti può comprenderle da sé.
Le stesse neumi variano nei loro movimenti secondo le diverse proprietà dei modi. Vogliamo proporre un esempio di ciò, affinché da esso non solo chi impara possa progredire nell’arte dell’organizzare (cioè fare organum), ma anche chi desidera comporre un nuovo canto abbia un modello di modulazione.